
Con la morte di Camillo Ruini, avvenuta martedi 16 giugno 2026 all’età di 95 anni, tornano d’attualità alcune delle sue ultime riflessioni pubbliche sulla politica italiana. Tra queste spicca l’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, in cui il presidente emerito della Cei aveva offerto una lettura netta dello scenario nazionale, con un esplicito apprezzamento per Giorgia Meloni e una valutazione più cauta su altri protagonisti della scena pubblica. Parole che oggi assumono il valore di un lascito, restituendo il profilo di una figura che non aveva mai rinunciato a esprimere apertamente le proprie convinzioni.

Nel corso dell’intervista, Camillo Ruini aveva speso parole di stima nei confronti della premier: “Abbiamo Giorgia Meloni che è davvero molto brava e che ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore”. Il cardinale aveva citato in particolare il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, definito un “giurista cattolico di indubbio spessore” e una “figura di garanzia”, ricordandone anche l’impegno alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre.
Ruini aveva poi descritto un quadro di stabilità per il Paese: “Ora in Italia c’è una certa stabilità, con un partito come Fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. Secondo il cardinale, gli schieramenti tra destra e sinistra sarebbero rimasti sostanzialmente invariati, in linea con quanto avviene nel resto d’Europa.
Particolarmente significativo, nelle sue parole, il riferimento alle radici cristiane: il fatto che la premier le richiamasse nella propria azione di governo costituiva, a suo giudizio, “un fattore estremamente positivo per l’Italia e per il cattolicesimo politico”. Venute meno la Democrazia Cristiana e l’unità politica dei cattolici, aveva osservato, ci si può impegnare in qualunque partito testimoniando la propria identità cristiana. E aveva concluso il ragionamento con un’immagine: “L’albero si riconosce dai frutti”.
Interrogato su una possibile discesa in campo di Pier Silvio Berlusconi, Ruini si era mostrato scettico: “Non la vedo come una prospettiva”. Pur riconoscendo le doti di carisma che avevano caratterizzato la figura di Silvio Berlusconi, il cardinale aveva sottolineato come si trattasse di “talenti personali nella vita pubblica che difficilmente passano da padre in figlio”. Un giudizio accompagnato dal ricordo personale del rapporto con l’ex presidente del Consiglio, al quale, aveva precisato, lo legava “un’amicizia”.
Nei giorni successivi alla pubblicazione, Ruini era intervenuto per chiarire la propria posizione sul titolo dell’intervista. “Voglio precisare che, come spesso capita, il titolo del giornale indurisce il contenuto dell’intervista”, aveva spiegato il cardinale, aggiungendo che non rientrava nella sua responsabilità ciò che era scritto nel titolo, ma esclusivamente quanto contenuto nel testo. Una precisazione che testimoniava l’attenzione con cui, fino agli ultimi tempi, seguiva il modo in cui le sue parole venivano riportate.
Riletta oggi, dopo la scomparsa del cardinale, questa intervista assume il valore di una delle sue ultime testimonianze pubbliche sul rapporto tra fede e politica, tema che aveva attraversato l’intera vicenda umana e pastorale di Ruini.
Fedele al suo carattere diretto, il presidente emerito della Cei aveva preferito ancora una volta esprimere le proprie convinzioni piuttosto che mantenerle in silenzio. Le sue osservazioni, sempre ricondotte più a una preoccupazione pastorale che a un orientamento ideologico, restituiscono il ritratto di uno dei protagonisti più influenti della Chiesa italiana degli ultimi decenni, capace di incidere sul dibattito pubblico fino agli ultimi tempi della sua lunga esistenza.




