Da fiore all’occhiello a spina nel fianco, andata e ritorno. Il forfait di Giorgia Meloni al vertice Balcani-Ue in Montenegro è l’ultimo tassello del mosaico intricato che è diventata, di nuovo, la politica internazionale per l’esecutivo.
LE TENSIONI con i soci europei, Francia e Germania in primis, si districano tra le scelte riguardo la guerra in Ucraina e il collocamento nei Balcani, dove il convitato di pietra è sempre il presidente Usa Donald Trump. L’ultima casella da riempire è la carica di alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, dopo le dimissioni a inizio maggio di Christian Schmidt, caldeggiate da Washington. Per il ruolo sono in lizza due nomi: l’ambasciatore italiano Antonio Zanardi Landi e René Troccaz, inviato speciale di Parigi nei Balcani. Il primo è sponsorizzato, oltre che da Roma, da Turchia, Giappone e soprattutto dagli Usa, che hanno avanzato endorsement importanti. Il secondo ha l’appoggio di Germania e Regno Unito in tandem con l’Eliseo. Alla viglia del vertice di Tivat che Meloni ha disertato per assistere alla presentazione di un francobollo, il Consiglio per l’attuazione della pace (Pic, che supervisiona sugli accordi di Dayton del 1995) non ha trovato un accordo per la nomina e la situazione è rimasta in stallo. Con tanto di ira degli Usa: «L’indecisione europea sta costringendo gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale in Bosnia-Erzegovina» ha scritto l’ambasciata Usa a Sarajevo nelle stesse ore in cui era in corso il vertice montenegrino. Senza mancare di ricordare il proprio impegno per eleggere Zanardi Landi, descritto dal segretario di stato Rubio come «un gentleman».
EPPURE, alla riunione, Meloni non è andata. Intanto il presidente francese Macron intavolava conversazioni e bilaterali per dare una spinta al proprio candidato. Dalle parti del governo la sfuriata degli Usa è stata letta come una mossa tattica di Washington: «L’amministrazione Trump la conosciamo da un anno e mezzo, quando vuole sbloccare una trattativa alza la pressione con ogni metodo» è il ragionamento che viene fatto. Nelle stesse ore a fare un passo avanti ci stava provando il titolare della Farnesina, Antonio Tajani. Mentre Meloni si attardava a Reggio Calabria il vicepremier era a Forte di Bard, in Val d’Aosta, per incontrare il suo omologo francese Barrot. Sul tavolo c’era la cooperazione frontaliera e l’apertura di una seconda canna sul traforo del Monte Bianco (e anche qui, c’è l’ostilità francese). Tajani gli ha presentato anche lo stallo bosniaco, chiedendo di convergere su Zanardi Landi. Nulla di fatto: «Le decisioni le prende Macron, gliene parlerò» è la risposta che ha ricevuto.
SULLO SFONDO c’è la linea che Trump intende avere in Europa e nei Balcani. Schmidt, il dimissionario, era ritenuto troppo severo con il leader serbo Milorad Dodik, vicino anche a Mosca, a cui gli Usa hanno di recente rimosso le sanzioni. Sull’area il nuovo posizionamento statunitense è in pieno stile del tycoon: meno soldati (la presenza militare Usa si è ridotta all’osso) e molti affari, a partire da quelli del genero del presidente Jared Kushner. Il Pic dovrebbe tornare a riunirsi a fine mese, e per allora lo stallo dovrà essere risolto. L’Italia, assicura l’esecutivo, sta lavorando con i partner europei per creare consenso. Ma fatto sta che a Tevit Meloni non c’era. Ad emergere, dunque, potrebbe essere una figura terza di compromesso.
LA FREDDEZZA con Parigi, d’altronde, è una costante dell’esecutivo dal suo insediamento. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stata la disputa sulla nuova sede dell’Agenzia europea per le dogane: in lizza c’erano Roma e Lille, la città francese affacciata sulla manica. Al terzo round di votazioni in seno al Consiglio Ue e al Parlamento europeo ha prevalso Lille, nonostante governo e amministrazione capitolina avessero puntato molto su Roma contando anche sul nuovo business che si sarebbe aperto. Meloni e Macron si incontreranno di nuovo due volte nelle prossime settimane: il 13 giugno ci sarà il G7 a Evian, il 25 il bilaterale a Cannes.
OGGI intanto Macron, Merz e Starmer incontreranno il presidente ucraino Zelesnky a Londra. Un appuntamento snobbato da Palazzo Chigi, secondo cui senza gli Usa non c’è trattativa che tenga. Il clima bellico è quello dell’escalation, quando anche ieri i droni ucraini hanno colpito San Pietroburgo. E il presidente Usa ha apparentemente scaricato la questione: «Se la sbrighino da soli» ha detto ieri riguardo alle trattative tra Putin e Zelensky (a cui Mosca ha già chiuso). Il 14 luglio, festa nazionale in Francia, Macron ha convocato una nuova riunione dei volenterosi in formato allargato a Parigi. Meloni non ha confermato la propria presenza. Si vedrà.




