“Tutto il resto è noia”: Chiara Gribaudo incorona Schlein e risponde ai critici
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“Tutto il resto è noia”: Chiara Gribaudo incorona Schlein e risponde ai critici

Chiara Gribaudo, Vicepresidente del Partito democratico, risponde al telefono mentre i verdetti delle comunali sono in fase di definizione. “Mentre attendiamo la conclusione definitiva della tornata elettorale – chiosa a caldo la presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro – emerge già un dato politico significativo: lo straordinario risultato di Agrigento, che rappresenta un segnale importante di fiducia nei confronti del progetto del centrosinistra e del lavoro svolto sui territori. È una vittoria che premia una proposta credibile, radicata e vicina ai bisogni delle persone. Naturalmente sarà necessario attendere la chiusura completa del quadro elettorale per valutazioni complessive, anche perché le elezioni amministrative rispondono a dinamiche diverse da quelle nazionali. Tuttavia, il successo di Agrigento è motivo di grande soddisfazione e conferma che l’ascolto, la competenza e il buon governo continuano a essere riconosciuti dagli elettori e dalle elettrici. Ora quel che serve al Paese è che la coalizione di centrosinistra si presenti compatta e credibile per le sfide elettorali che abbiamo di fronte”.

Paolo Mieli, dal salotto mediatico di Lili Gruber invita la segretaria del Pd a farsi da parte nella corsa al candidato premier. Un certo “fuoco amico” che asseconda questa linea. Cosa non va in Elly Schlein?
Questa domanda andrebbe fatta a Mieli, ma rimarrebbe una sua opinione personale perché le leadership dei partiti e delle coalizioni non vengono decise nei salotti tv, e mi permetto di aggiungere: per fortuna. Lo decidono gli elettori e le elettrici, che infatti si sono espressi a favore di Schlein alle primarie. Secondo me alla segretaria non manca nulla e il Partito Democratico dovrebbe continuare a lavorare per diventare un’alternativa alla destra e non nella perenne ricerca di un’alternativa a Elly Schlein. Se la segretaria va giudicata, lo si faccia sui risultati e sulle idee, non su opinioni espresse in tv.

“Credo che il Pd abbia progressivamente smesso di essere la casa dei riformisti quando ha smarrito la tensione verso il governo della complessità e ha iniziato a considerare la tutela della propria identità come un obiettivo politico in sé”, dice Pina Picierno al direttore del Foglio Claudio Cerasa nel motivare la sua uscita dal Pd.
Il Partito Democratico non è e non sarà mai una caserma. Per questo, se una persona non si sente più a casa è giusto che lasci quelle quattro mura e a Pina Picierno auguro sinceramente di trovare lo spazio politico a lei più congeniale, senza però che questo si traduca in riversare rancori o critiche gratuite senza alcuna base reale. La complessità, in questi anni, l’abbiamo affrontata ogni giorno, spesso assumendoci responsabilità difficili mentre altri preferivano commentare da bordo campo. Ridurre il confronto politico interno a una presunta ossessione identitaria mi sembra una lettura semplicistica e ingenerosa verso tante persone che nel Pd continuano a lavorare per tenere insieme valori, governo e rappresentanza sociale. La complessità si governa rimanendo nelle contraddizioni e provando a risolverle. È un lavoro meno comodo, ma è quello che molti e molte di noi continuano a fare, salutando con affetto invece chi decide di abbandonare il campo.

“Col mio Pd non ci saranno larghe intese”, ha ribadito la segretaria Dem. I cultori della politica manovriera storcono il naso.
Sarebbe strano il contrario, perché vorrebbe dire dare la precedenza alle larghe intese ancor prima dei programmi e prima ancora di conoscere i risultati delle elezioni. Concorriamo per vincere: ne abbiamo le capacità e, anche grazie a un governo immobile – quando non fa danni – ne abbiamo la possibilità concreta. Dettare la linea, prima di qualsiasi altra cosa del Pd e solo in secondo luogo del centrosinistra, significa mostrare onestà verso i nostri elettori e le nostre elettrici che scelgono di votarci per le idee e per i propositi. La coerenza può piacere o no, ma è così che noi ragioniamo. Il punto non è rifiutare il confronto parlamentare o la responsabilità istituzionale, ma evitare che le larghe intese diventino una scorciatoia che svuota la distinzione tra alternative politiche. Un sistema democratico funziona meglio quando gli elettori e le elettrici possono scegliere tra progetti chiari, non quando le differenze si annacquano in formule di governo permanenti.

Massimo D’Alema ebbe a dire, in tempi non lontani, che si era consumata una “rottura sentimentale” tra la sinistra e il suo popolo. Questa rottura è stata ricomposta in tutto o in parte?
La segretaria ha fatto un gran lavoro in questi anni e la differenza tra i risultati pre e post Schlein lo dimostrano. Ma lo testimoniano anche le sue presenze davanti alle fabbriche in crisi, in cui ascoltiamo le preoccupazioni e i bisogni delle persone che lavorano, lo testimonia la battaglia per il salario minimo, così come tante altre proposte che arrivano dal Partito Democratico. Io ho incentrato questa legislatura sul tema della sicurezza del lavoro, che è e rimane uno degli argomenti centrali di cui la sinistra e la politica in generale deve occuparsi seriamente. Per molti anni una parte significativa del mondo del lavoro, delle periferie e dei ceti popolari ha percepito la sinistra come distante dalle proprie preoccupazioni quotidiane. Oggi stiamo dimostrando che non è così e che abbiamo realmente a cuore le esigenze e le richieste della cittadinanza. La fiducia si recupera con la coerenza, con la presenza nei territori e con risultati concreti, non soltanto con le parole. Le persone se ne sono accorte e infatti ci stanno dando fiducia nelle urne, ora la sfida è trasformare questa intenzione in consenso duraturo e partecipazione popolare.

I saputelli invocano una discussione sui programmi, che poi in campagna elettorale non c’è uno che se li legga. Non crede che la questione davvero cruciale sia la visione, la proposta complessiva, che il centrosinistra mette in campo ammesso che sia in grado di farlo?
Le persone sono molto meno sprovvedute di quanto si pensi, votano per le idee e non per gli slogan. Ovviamente però va fatto un programma leggibile e non un tomo da 200 pagine. La visione e la proposta complessiva sono importanti e un programma altro non è che la traduzione in atto delle visioni e la traccia della direzione per arrivare a quel traguardo, partendo da alcune domande: quale idea di Italia si propone? Un’Italia più giusta o più diseguale? Fondata sul lavoro o sulla rendita? Attenta alla sanità e all’istruzione pubblica o alla loro progressiva privatizzazione? Protagonista in Europa o ripiegata su se stessa?

Ciò che fa la differenza reale – e questo governo ce lo ha dimostrato bene – è tutto quello che passa nel mezzo: la coerenza tra ciò che si propone e ciò che poi si fa. Questo governo aveva fatto grandi promesse, tutte non mantenute: in questo caso della visione non ce ne si fa molto, ma soprattutto si prendono in giro gli italiani e le italiane.

I giovani che hanno riempito le piazze in Italia, in Europa, negli Usa, per dire no alla guerra, chiedono su questo una forte radicalità di posizione e di iniziativa. Il Pd è all’altezza di questa radicalità?
La radicalità che molti giovani chiedono non coincide con la semplificazione dei conflitti o con il tifo per una parte contro l’altra. Significa avere una bussola chiara e mantenerla anche nelle situazioni più difficili. Su Gaza, sull’Ucraina e sull’Iran, il Pd lo ha sempre fatto e continuerà a farlo, a prescindere che questo premi in cabina elettorale o meno, perché c’è qualcosa di infinitamente più importante di vincere le elezioni ed è il restare umani, rispettando i diritti umani, il diritto internazionale, la protezione delle popolazioni civili e la ricerca di soluzioni diplomatiche e politiche ai conflitti. Oggi la vera radicalità consiste nel non accettare che la guerra diventi la normalità, nel non abituarsi alle risposte muscolari e ai metodi da bullo di alcuni capi di Stato e nel difendere con coerenza i principi che stanno alla base della convivenza internazionale. Su questi valori non ci sono mai stati dubbi e non devono essercene.

Dai contenuti alle regole della partita elettorale. Dal Mattarellum al Melonellum?
A dirla tutta, non mi appassiona il dibattito sulla riforma elettorale quanto sembra appassionare la maggioranza. Con il sistema attuale il centrodestra ha ottenuto una maggioranza ampia e stabile: se l’obiettivo dichiarato è la governabilità, è difficile capire quale sia oggi l’urgenza di cambiare le regole. Naturalmente ogni legge elettorale è migliorabile e anche l’attuale presenta limiti evidenti sul piano della rappresentanza e della scelta degli eletti. Ma proprio per questo si tratta di una materia che non dovrebbe essere affrontata con la logica della convenienza politica contingente. Le regole del gioco riguardano tutti e tutte e dovrebbero nascere da un confronto aperto, senza preclusioni, senza forzature e senza testi base considerati intoccabili. Il punto non è passare dal Mattarellum al “Melonellum”, ma costruire un sistema condiviso che garantisca rappresentanza, governabilità e rispetto della volontà degli elettori e delle elettrici. Le leggi elettorali funzionano davvero quando sono pensate per durare nel tempo, non quando sembrano scritte a misura degli equilibri politici del momento. In una fase del genere, per concludere, va anche bene discutere di legge elettorale, ma in parallelo a temi assai più urgenti, sui quali il governo appare in preoccupante ritardo. Parlo di ruolo internazionale del nostro Paese, energia, salari, politiche industriali, salute e sicurezza, welfare, coesione territoriale, servizi pubblici, gender gap.

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